La deita' e l'ascesi in Pseudo-Dionigi
Articolo pubblicato su www.lenews.eu il 27 Marzo 2012.
26 Marzo 2012
Non è mia volontà l’adozione della parola “Dio” per asserire l’Oltreconoscibile, ma, poiché non ho volontà, così come non sono e non sarò mai, l’adotterò. Se ancora scrivo, e vivo, è per inerzia, e nessun uomo, che tale possa definirsi, accetterebbe il compromesso della nescienza senza voluttà. E’ sovente la speculazione, e la necessità di essa, sul logos divino e non è rado trovarsi a pensare che la deità esista in funzione delle nostre tangenze materiali, magari riflettente le posticce sembianze umane. Perché mai una siffatta grandezza, e piccolezza allo stesso tempo, dovrebbe “interessarsi” a noi o rispecchiare le nostre fattezze automiche? Non deve, poiché siamo mera emanazione, niente più di una necessità sistematica del monismo primigenio, scevro della pochezza duale: come un’escrescenza della pelle o il sudore che si condensa sul viso.
Non si deve correre però l’errore di figurare il “Tutto”, giacché l’Inconoscibile - Dio - non si può figurare attraverso le cose. Nell’Altissimo sta ciò che è e ciò che non è, il suo volto si maschera dei confini del pensabile e della contraddizione del ciclo vitale, che intende la morte come possibilità vitalizia e la vita come effusione prima del cadimento materiale. La funzione è a noi sconosciuta, ci troviamo nella condizione medesima dei nostri polmoni, che svolgono la loro incombenza nella totale incoscienza, dormienti. Questo livello di materialità. apparente ed inciso da egoità e indifferenza, è emanazione di ciò che risiede oltre, del Tutto, e nel suo divenire temporale scandisce la sua eterna condizione (funzione) che si palesa necessaria (almeno in apparenza) per l’esistenza stessa della deità: è poi da stabilire in quale modo ciò che è vacuo concorra, in quanto emanazione, a definire il mondo iperuranico.
Il nostro stesso limite, lo scoglio creato dalla nostra incidenza materiale, permette la possibilità della gnosi estatica, la scissione dall’individualità apparente (il distacco) e l’unione, l’ascesi nell’Uno, senza però identificarci con esso, poiché la struttura di ciò che risiede oltre va al di la di ogni configurazione possibile: come gocce nell’oceano ricordarsi di sé come partecipi di una collettività assoluta, senza confonderci con essa.
20 Marzo 2012
Il reiterarsi dell’auto-riconoscimento del soggetto (in se stesso come nell’oggetto o nel predicato) è una questione nota da tempo all’interno, e all’esterno, della civiltà. L’iconoclastia infatti è stata, ed è, una forma di sospensione del riconoscimento che ha la funzione di “disoggettificare” il soggetto: non permette a questo di inferire se stesso in lui o in qualche cosa di idealizzabile o di concreto. Ciò consente all’individuo di permeare, per poco nel maggiore dei casi, al “di fuori” dell’identificazione; purtroppo il non potersi proiettare su un’oggetto o su se stessi induce al riconoscimento del soggetto nel predicato, che porta alla creazione di una ferma identità del “fare”: io sono in quanto faccio (o induce all’identificazione nella necessità o nel desiderio). E’ logicamente chiaro che l’auto-riconoscimento non è possibile fino a quando si permane all’interno di ciò che deve riconoscersi, e in questa prospettiva infatti che il Gurdjieff esplica come sia necessario ricordarsi di sé al di fuori di sé, poiché fare altrimenti riporterebbe colui che riconosce a disvelare unicamente un costrutto, un’impalcatura che calca le sembianze del soggetto (un’oggetto), senza però avere un’effettiva contiguità con esso.
+13 Marzo 2012
Io, chi sono? E’ la domanda alla quale i più risponderebbero con articolate considerazioni sulla personalità, illustrando abitudini, gioie, dolori e ogni cosa in apparenza degna di qualsivoglia menzione. Eppure si tratterebbe unicamente di una definizione soggettiva, che renderebbe ancora più difficile e ardua l’impresa di formulare anche solo vaga ed effimera risposta al quesito. “Sono x, sono y” viene detto di tutto senza considerare che si sta oggettivando delle variabili annesse quasi totalmente al soggetto, finendo con il cadere nell’errore di un’asserzione non completa, omittente gran parte delle possibilità o addirittura completamente asuefatta dall’appanno di un’interpretazione relativa.
Si dovrebbe quindi ricorrere all’oggettivazione della risposta, ma anche in questo caso si cadrebbe in errore, poiché, essendo l’oggettivo possibilità insita del soggetto, risulterebbe una definizione scaturita da molteplici soggettività, e anche se fosse possibile determinare un’oggettività scevra del soggetto si tratterebbe comunque di una determinazione incompleta (unicamente oggetto, senza la componente soggettiva). Anche svolgere il quesito rispondendo “Io sono io” disvelerebbe delle ambiguità, poiché, per quanto possa sembrare verosimile, non è dimostrabile (anche perchè per fare un’affermazione del genere bisognerebbe affrontare il quesito “cos’è l’io?”) né sul piano logico né su quello empirico. Io sono io per io, per tu sono tu e per lui sono lui (per un soggetto qualunque, questo, diviene oggetto, anche per io, ovvero, il soggetto riconoscendosi si oggettifica); già a livello semantico quest’asserzione perde significato. “Io sono una persona” - Cos’è una persona? - “Io sono un uomo” - Solo? - . Senza dilungare il discorso più di quanto non sia necessario si può con tranquillità affermare che porre definizione è praticamente impossibile, o, se possibile, estremamente difficile, almeno farlo all’interno del meccanismo duale soggetto/oggetto.
Come ci insegna la Trimurti indiana, ma anche la legge del Tre di Gurdjieff, senza una determinante (variabile, costante) contrapposta/in relazione alla dualità positivo/negativo - soggetto/oggetto, non è possibile alcuna definizione all’interno della materialità; e cosa pone in relazione questi due opposti tanto lontani quanto vicini? Il verbo (il Visnu del sistema trinitario indiano - Brahma, Shiva, Visnu -). Il verbo costituisce quindi la relazione tra soggetto e oggetto, ed è un pezzo fondamentale per la determinazione del quesito “Chi sono io?”. Prima di tutto, però, bisogna avere presente che questa struttura tridentina è sia simbolo che matrice creazionale di ogni cosa (già in questa definizione si può intendere in che “quantità” la terza variabile concorra alla formazione di una risposta). Soggetto, oggetto e verbo rappresentano, ciò nonostante, l’Io, o qualunque fattualità, unicamente nella sua parte estetica, poichè attraverso questi elementi si possono “raffigurare” le cose, i fatti, gli Io, senza adentrarsi nella loro componente estatica. E’ in questa che si ferma infatti la possibilità della definizione delle cose. E’ nella volontà, come direbbero i filosofi vedanta, l’essenza e l’evidenza di ogni manifestazione, ed è in questa che conduce l’indagine e la ricerca di una risposta al quesito ontologico - Chi sono io? -.
13 Marzo 2012
Ragionando sulla reincarnazione, ammettendo questa come paradossale, poichè comporterebbe a=b, ovvero, vita=morte, e quindi morte=vita (e così senza inizio e fine), si può asserire che questa non sia altro che “verbo”, l’eterna risoluzione di a=b (b=a, che porta a=b e in questa maniera all’infinito). Ciò riduce il soggetto e l’oggetto (l’apparente dualità, +f e -f) al verbo: l’essenza del mondo materiale diviene quindi un “uno”, che non è che un riflesso della matrice della quale ogni cosa è un’emanazione (verbo, appunto).
Come suggerisce Sri Aurobindo trattando della rinascita, la “punarjanma”, nell’accezione buddista del termine: “E’ il Karma [l’azione] che si reincarna; il karma crea la forma di una mente che cambia continuamente”, ovvero, il verbo (l’azione karmica) crea la forma divenente (la Maya, la Prakrti), e quindi - Noi non siamo (e mai saremo) - se non il naturale decorrere dell’azione verbica, occultata dall’apparente dualità soggetto/oggetto.
+12 Marzo 2012
Dopo l’era del “capitale” verrà la nuova età dei primordi, ritorneranno le gilde e le grandi associazioni agricole, poichè del cibo più di ogni altra cosa l’uomo avrà bisogno. Non vi saranno né vincitori né vinti, non vi sarà la fine né l’inizio, poichè tutto prosegue come stabilito dalle leggi che regolano l’Universo. In siffatta epoca di ritorno non sarà perduta la conoscenza, ma verrà custodita nelle superstiti roccaforti dello spirito, forti della fine del Kali Yuga e del fermento per l’arrivo dell’avatara di Krishna. Gli occhi si apriranno, e, allora, l’umanità tornerà a vedere Agharti, il monte che collega la terra e il cielo, la sorgente di tutte le sorgenti.
Chi sono? Da dove vengo? Sei un’emanazione del Brahmatma, e il tuo spirito è eterno, figlio della causa incausata. Qual’è la mia funzione? Qualunque cosa che sia impensabile è la funzione. Si uniranno quindi i binari sui quali era costretta la mente, torneranno alla montagna, presso l’origine di tutto ciò che trascende ed appartiene alla proposizione, alla contemporanea asserzione e negazione di ogni cosa. Ora la Terra come il Sole, la Luna come la Terra: l’Universo si sta preparando al ciclico nascimento della stirpe umana, l’ascesi di un atomo e nuovi giganti.
E la vita allora? Cosa sarà della vita?
Vacuità.
12 Marzo 2012
Guardare sempre avanti, senza sosta: fermarsi è male, bestemmia o peccato. Chi si ferma rimane “indietro” e perde tempo. Eppure se ci si volesse acquietare anche solo qualche istante in un’alcova isolata dal resto del materiale si riuscirebbe a collassare la continua rincorsa verso l’eterna finzione, poichè la nostra unica possibilità (in questo senso) è il deperimento materico (che non è mistero a nessuno) e non il momento vissuto, che è già passato: ricercando l’istante si viene infatti fattualmente rilevati nella morte (come è giusto, di natura, che sia), la quale nasconde, per necessità, il segreto della vita (una costruzione logica fin troppo chiara, ma difficile da accettare).
Tuttavia “vivere” è possibile, seppure questa possibilità risieda, per assurdo, nella stasi o nel totale distacco dalla stessa, e quindi anche dalla morte (che ritorna vita, e così in eterno). Nella vita non si può vivere come nella morte non si può morire, infatti nella prima l’unica accezione certa è la seconda, e nella seconda (per ovvietà e coerenza logica) la prima.
6 Marzo 2012
Tuttavia
Esisteremo ancora,
dopo l’uomo e il pianeta,
dopo la vita e la morte,
dopo il mercurio, lo zolfo e il sale.
Non sono parole di speranza,
bensì di terrore e sconforto,
poichè vivere in eterno stanca,
e fa male,
si sà.
23 Febbraio 2012
In questi giorni d’inverno è difficile dimenticare i legami con il corpo, e le passioni che ritornano assopite dal gelo di stagione. Si dice che si vive per esperire, per gioire di quello che offre l’esistenza, eppure, l’umanità persiste da tempi immemori ripetendo infinite volte la stessa costruzione: si nasce e si cresce, l’adolescenza è scandita da turbe culturali e da appanni elevati ad obiettivi. Ognuno la stessa cosa, dal primo tremore estetico dei centri inferiori alle calde ed insofferenti passioni delle relazioni, mai vissute con distacco. Poi il disincanto, si diviene adulti, s’invecchia e si muore, chi con più dolore e chi con meno; fino ad un attimo prima del trapasso nulla viene detto sulla vita e sulla morte (nulla può essere detto), nemmeno azzardare pensamenti su ciò che verrà. Mi risulta complesso, tuttavia, accontentarmi di questo stato di materialità: ogni volta che mi lascio all’accadimento ritorna in me il ricordo di me, di quando sarò, di cosa sarò, di quando nascerò se è vero che ciò che è finito necessita di ciò che è infinito per sussistere.